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SINFONIA DI LENINGRADO

La Settima di Dmitrij Šostakovič, detta Leningradskaja (di Leningrado), è la pagina che il grande musicista russo-sovietico iniziò a scrivere nel luglio del 1941, sotto il tiro dei cannoni tedeschi. Le sue foto in divisa da pompiere, come eroico difensore della sua città, apparvero sul “Times”. E la sinfonia, terminata a Kujbyšev, sul lontano Volga, divenne un simbolo della
resistenza della Russia al
nazismo. Dopo numerose esecuzioni in tutto
il mondo, ne ebbe una
nella città della Neva, ancora circondata e ridotta
allo stremo per gli scarsi rifornimenti. L’avvincente saggio storico tratta appunto dell’assedio
della città baltica all’inizio della seconda guerra
mondiale.

 

La battaglia per la presa di Leningrado, che non riuscì ai tedeschi, costò all’Unione Sovietica un numero purtroppo incalcolabile di vite umane, tra guerra, denutrizione e deportazione. Una grande città con oltre tre milioni di abitanti venne ridotta a meno di uno.

 

Pur tra episodi atroci, l’antica San Pietroburgo aristocratica conservava però intatto l’amore per la cultura, anche tedesca: poesia, musica. Stalin aveva ordinato di continuare a vivere come se niente fosse. I leningradesi andavano ai concerti, a teatro e all’operetta con 7 gradi in sala. E l’esecuzione a Leningrado della Settima Sinfonia di Šostakovič fu un’eroica atrocità propagandistica.

La gloriosa orchestra di Leningrado era stata messa in salvo in Siberia e la pagina venne eseguita il 9 agosto 1942 da un’orchestra di scheletri, ottenuta mettendo insieme suonatori di differente provenienza, “invitati” a provare per mesi. Svenivano per lo sforzo, non riuscivano a suonare che per pochi minuti. L’autore del saggio sembra chiedersi se ne valeva la pena. I difensori fecero un fuoco pazzesco contro i tedeschi durante l’esecuzione perché temevano che l’assembramento venisse preso di mira dai cannoni dell’assedio, all’inizio o alla fine del concerto. Chi non era presente la ascoltò per radio. Lo fecero anche alcuni tedeschi.

Franco Pulcini

 

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