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Secondo l’Istat ognuno di noi in Italia consuma ogni giorno 175 litri d’acqua per uso domestico. Ci vogliono invece 15.000 litri d’acqua per produrre (appena) un chilo di bistecche, ci rivela Mauro Balboni nel suo libro:

“L’agricoltura si beve oltre tremila km cubi all’anno di acqua dolce, il 70 per cento dell’intero consumo umano”

E per il restante 30 per cento intendiamo non solo dissetarsi, lavarsi, pulire panni, casa e vie cittadine, ma anche tutta l’acqua necessaria alla produzione industriale e di energia. È l’agroindustria che sta uccidendo il mondo, le tranquille distese di soia amazzonica più del tremendo fracking texano, con il bestiame allevato per uso alimentare che inquina più del petrolio. Il testo di Balboni si apre con una sconcertante serie di dati forniti da fonti autorevoli come l’Organizzazione mondiale della sanità, le Nazioni unite, la Fao, l’Ocse. Nell’ultimo quarto di secolo, l’agricoltura meccanizzata si è mangiata 129 milioni di ettari di foreste – i polmoni della terra – “un’area grande come il Sud Africa”, nota l’autore.

Un’area grande quanto l’insieme di Francia, Italia e Germania, aggiungiamo noi in termini europei, e in gran parte utilizzata per far mangiare proprio noi occidentali, mentre in altre parti del mondo sono cronicamente denutriti quasi 800 milioni di esseri umani, più di una volta e mezzo l’intera popolazione dell’Unione europea. “Siamo pericolosamente vicini al punto di non-ritorno”, riflette l’autore, oltre il quale “la generazione dei vostri figli e, con certezza assoluta (2080-2100), quella dei vostri nipoti” non sarà più in grado di vivere sulla terra.

Il libro di Balboni in modo scorrevole narra tante situazioni esemplari di questa inarrestabile corsa al disastro, corredandole di informazioni statistiche tratte da un’estesa letteratura. Sono con evidenza storie prodotte dalla sostanziale irrazionalità del mercato globale non regolato e dall’egoismo economico dei paesi ricchi, e molto interessanti sono le pagine in cui l’autore ci descrive “l’associazione tra cibo e natura”, un fenomeno culturale che si è molto acutizzato negli ultimi anni producendo vere e proprie forme di patologia alimentare e sociale a vantaggio della grande industria.  “Una sola cosa è sicura: mentre noi minoranze intellettuali del mondo ricco celebriamo i nostri riti alimentari – totalmente urbani, anche se in nome di una naturalità agreste – l’agrodisastro planetario continua. Siamo talmente ossessionati dagli effetti – veri o presunti – che il nostro cibo quotidiano potrebbe avere su noi stessi da esserci dimenticati che al momento, più che nutrirlo, il pianeta ce lo stiamo mangiando”. E a divorarlo, il mondo, non è soltanto la “globesità” dei quasi due miliardi di persone sovrappeso, ma è soprattutto la nuova massa dei credenti che si attengono a un qualche tipo di devota dieta individuale, talora dimenticandosi di madre terra. Sono dinamiche che Balboni ben conosce, avendo lavorato per più di trent’anni nell’agroindustria. Termini come “biologico” o “chilometro zero” vanno allora verificati e declinati, se non vogliamo che diventino anche loro elementi portanti della vicina catastrofe ambientale.

Per invertire la rotta, bisognerebbe innanzitutto riscoprire le stagioni, la natura appunto, insegnarle ai nostri figli, mangiare pomodori solo d’estate ed evitare le ciliegie d’inverno o l’uva a primavera. Abbandonare non solo le nespole sudafricane ma anche le serre vicino casa, in Sicilia e in Spagna, con il loro spreco spropositato d’acqua in un’area mediterranea che oggi è tutta a rischio di desertificazione, secondo quanto ci propongono gli studi citati da Balboni. Privilegiare le produzioni agricole vicino casa, scoprire in ne che un piatto di riso vercellese a Torino è più gustoso del tofu prodotto con la soia brasiliana.

Organizzare la resistenza al disastro. È una resistenza difficile. Perché in una cultura sempre più urbanizzata il cibo è sempre più venduto e consumato tramite il suo design e per la sua capacità sociale di richiamo, di fare tendenza, mentre si ha sempre meno cognizione di dove e come esso sia prodotto, e di chi e cosa lo produca.

Perché, come acutamente osserva Francesco Bonami nel suo recentissimo L’arte nel cesso (Mondadori, 2017), “al cibo, come all’arte un tempo, si applica l’ideologia. Non si mangia più ciò che piace ma ciò che è interessante. Non si mangia per godere, ma per capire”. Ed è arduo dunque per ognuno di noi liberarsi da questa nuova e pervasiva sovrastruttura ideologica, e dalle nuove mode imposte dal capitale.

Certo, tutti noi come consumatori dobbiamo assumerci la nostra parte di responsabilità individuale, ma c’è bisogno subito di misure locali, nazionali, continentali, e globali di sistema, c’è bisogno subito di efficaci politiche agro-alimentari, c’è bisogno di tornare ad essere cittadini prima che consumatori, perché a darsi principalmente al “cambiamento virtuoso della domanda si ignora che esiste un’offerta”, nota Balboni: quella in Europa generata innanzitutto dalla politica agricola comunitaria (che impegna oltre un terzo del bilancio dell’Unione europea), quella voluta a livello globale da Big Food, cioè l’insieme delle grandi corporations agro-alimentari, dei produttori di cibo e di fertilizzanti, di “quei miliardi di tonnellate di gas-serra. L’inquietante prospettiva, la tentazione ultima, potrebbe allora essere quella di risolvere il disastro dell’antropocene (l’attuale era geologica in cui sono le attività di noi esseri umani ad essere la prima causa dei cambiamenti climatici) con un’era sintetica, dove la produzione del cibo avverrà fuori dagli ecosistemi, e “a salvare i nostri figli e nipoti saranno proteine sintetiche e carote idroponiche o aeroponiche, cresciute in verticale nelle città con i metodi usati oggi nelle stazioni spaziali orbitanti”. Ma per implementare questa prospettiva, o magari concepirne un’altra migliore e preferibile, c’è bisogno di una nuova sapienza politica, di classi politiche innovative, e tuttavia nulla e nessuno di nuovo e tempestivo sembra ancora apparire all’orizzonte.

Giuseppe Mastruzzo

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